Archivio per novembre 2011

Il mio paese natale   8 comments

 Roma caput mundi et Camaior secundi! Mi piace presentare così il mio bel paese natio, il cui nome deriva dal latino Campus Major, ovvero campo maggiore. Il paese è sorto da un antico accampamento romano. Ecco perché noi camaioresi ci vantiamo delle nostre origini. Camaiore è in provincia di Lucca ed è situato nell’entroterra versiliese. Dista circa  dieci chilometri dal mare e Lido di Camaiore fa parte del suo Comune. È pianeggiante ed è circondato da monti e colline che gli fanno da corona. Alle spalle si trovano i monti: Pania e Gabberi, che fanno parte della catena delle Alpi Apuane, davanti  le colline: Pedona e S. Lucia che digradano verso il mare. Il verde è lussureggiante, sarà forse per il fatto che ci  piove molto. Infatti c’è un detto che dice: quando Pedona mette il cappello, camaioresi aprite l’ombrello!

In effetti era così, dalla casa vedevamo la collina, ricordo bene le esclamazioni della mamma : “mamma mia ‘om’è nera Pedona! Devo anda’ a piglia’ i cenci, fòri, sennò mi si bagnino tutti!”.(Devo andare a prendere i panni fuori altrimenti si bagnano).

La nostra abitazione era ubicata tra la Chiesa dell’Angelo e la canonica del Priore. Spesso la Chiesa fungeva da nascondiglio quando giocavamo a rimpiattino. Il Priore era un omone alto, grosso, con la pancia prominente, camminava con passo spedito a testa alta, come a voler dire: guardatemi tutti, passo io! Portava un grosso anello al dito con una pietra viola, noi bambini qualche volta glielo baciavamo (forse per gioco) e lui ci concedeva la mano con fare altezzoso. La sua perpetua era una donnina simpatica. Quando faceva le ostie per la chiesa i ritagli li dava a noi bambini da mangiare. Non sapevano di nulla, erano insipidi. Nella mia ignoranza, pensavo che l’ostia consacrata,  fosse più buona, dolce. Quando la sentii il giorno della mia prima comunione rimasi delusa, aveva lo stesso sapore insipido dell’ostia della perpetua. Sicuramente non avevo capito il concetto.

La domenica pomeriggio andavamo a passeggiare in via di Mezzo. Naturalmente ci mettevamo tutti “in ghingheri”. Noi bambini indossavamo i vestiti della festa. La mamma pettinava me e mia sorella mettendoci dei fiocchi tra i capelli, per ultimo ci metteva le collane. Ricordo che ci chiamava così: “Annamarì! Rita! Venite che vi metto i ‘vezzini’!” Apriva il primo cassetto del ‘canterale’ (il comò) dove c’erano le cose più preziose e tirava fuori i ‘vezzi’. Il mio era celeste per via del colore dei miei occhi, invece quello della Rita era rosso perché, avendo mia sorella gli occhi neri, la mamma era convinta che le si addicesse quel colore.

I miei genitori  mi sono rimasti impressi  vestiti così: la mamma con una giacca bianca a tre quarti, con le spalle larghe, la gonna stretta di velluto verde scuro a coste, i sandali con il tacco alto e le calze fine con la cucitura dietro. Era così elegante… Il papà lo rammento con un  vestito completo a doppio petto blu, gli stava così bene… Era un bell’uomo, alto, magro, con un bel portamento. Era ambizioso e teneva molto al suo aspetto fisico. La mamma, in tono canzonatorio, lo chiamava: “lo  spaccone”.   Un particolare: la mamma quando infilava le calze metteva i guanti per paura di romperle, diceva che erano di lusso e costose. Alle volte succedeva che si smagliassero, in quel caso le portava a riparare in merceria dalla Maria Grazia, una bella ragazza, che con una macchinetta elettrica riusciva a rammagliare i fili senza che si vedesse nulla.

Tutti tirati a lustro, andavamo a fare la “passarella” su e giù per il  Corso, dopodiché ci fermavamo ai giardinetti dove c’era puntualmente il fotografo Barsottelli. Era un omino piccolo, con una gran massa di capelli ricci, indossava un trench beige ed aveva la macchina fotografica molto grande. Ci dava disposizioni ben precise su come stare in posa e finché non era soddisfatto non ci immortalava. Periodicamente, man mano che crescevamo, la mamma ci faceva fotografare. Grazie a quell’abitudine io e i miei fratelli possiamo godere di belle foto-ricordo.

In ultimo andavamo alla Badia. È una chiesa ben conservata in stile romanico del XIII secolo. In un angolo della chiesa c’era un quadro della Madonna e sotto di esso un recipiente contenente dell’olio santo. La mamma ne prendeva un po’ con il dito e poi ungeva la gola a tutti noi, compreso il papà. Dopo questo rito, che si ripeteva ogni domenica, tornavamo a casa. Ricordo appena varcata la soglia, la mamma quasi sempre soleva dire: “Ecco, siamo rientrati nelle catacombe!” Si riferiva alla cucina la cui finestra dava sulla corte interna ed era poco illuminata.

Avrei ancora tante cose da raccontare come; la festa del Corpus Domini. Era usanza fare i tappeti per terra, nelle due vie principali dove passava la processione. I volontari (io li chiamo artisti!) lavoravano tutta la notte per realizzarli. I tappeti li facevano con la pula, una segatura, di vari colori. La lavoravano a motivi geometrici e floreali, in mezzo disegnavano a carboncino i volti di Madonne, Angeli, erano bellissimi! E che dire della processione di Gesù morto che si svolgeva ogni tre anni il venerdì santo? Dicono sia una ricorrenza molto antica. La processione iniziava alle nove di sera. Il Comune staccava la corrente elettrica e il paese rimaneva  illuminato solo dai lumini alimentati con l’olio d’oliva. Le case erano tutte tappezzate dalle luminarie: era tutto così suggestivo!

In un silenzio di tomba partiva il corteo funebre dalla Chiesa dei Dolori. In testa c’erano gli uomini della misericordia, tutti vestiti di nero, incappucciati e con la torcia accesa in mano. Poi seguiva il palco, portato in spalla, con le statue della Madonna vestita di nero e trafitta da sette spade, San Giovanni e Maria Maddalena con indosso dei mantelli dai colori sgargianti e Gesù deposto dalla croce. In coda c’erano la banda e il coro diretto dal maestro Donati.

Commovente quando, accompagnato dalla musica, il coro cantava : “Stava Maria dolente, senza respiro e voce, mentre pendeva in croce il Cristo Redentor”…

È difficile spiegare  l’atmosfera che regnava in quei momenti, sembrava tutto così irreale, come un sogno. Per non parlare poi della festa di Santa Maria (Ferragosto). Il pomeriggio in Piazza Grande c’era la tombola a cui partecipavano tutti, una vera festa!. Il papà quel giorno comprava un grosso cocomero e lo metteva in fresco col ghiaccio in un catino di rame. Il ghiaccio andava a comprarlo alla ghiacciaia “dietro i fossi”. Allora non avevamo ancora il frigorifero e per tenere la roba in fresco dovevamo fare così.

Anche la festa dei morti (Ognissanti) era bella. Si trattava di una fiera che durava tre dì. In quei giorni via di Mezzo era il centro del mondo. Gremita di gente, di bancarelle stracolme di varie mercanzie, di grida dei rivenditori, di profumi… quei profumi così forti e buoni: di zucchero filato, di mandorle tostate, di brigidini all’anice, di liquirizia. Sul Prado, oltre al mercato del bestiame c’era il Luna Park. Che divertimento guidare le macchinine autoscontro accompagnati dalla canzone in voga: “Oh please, stay with me, Diana”…

Ho vissuto a Camaiore fino all’età di tredici anni, lì ho passato una bella infanzia, lì ho provato le prime emozioni, per questo lo porto e lo porterò per sempre nel mio cuore

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

La voce del padrone   2 comments

Da tanto tempo i miei genitori avevano intenzione di comperare la radio. Quello che li tratteneva dal farlo erano i soldi, costava cara e all’epoca era considerata un bene di lusso. dopo tanti ripensamenti finalmente decisero di comprarla a rate e la ordinarono.

Nel frattempo papà fece una mensola di legno per collocarla in bella vista in salotto. Naturalmente non vedevamo l’ora di vederla.

Ricordo bene la scena di quando arrivò il rivenditore con un grosso scatolone con su la scritta: “Radio Marelli”. Era un bel tipo il signor Bolletti, moro con gli occhi neri e molto gentile. Indossava un trench  grigio e calzava un cappello messo sulle “ventitrè” alla Humphrey Bogart, aveva un  abbigliamento simile a quello che l’attore portava nel film Casablanca, gli assomigliava.

Tirò fuori la radio dallo scatolone e la posizionò sulla mensola. Era un bell’oggetto, faceva un figurone…di legno di noce, con l’altoparlante dorato, il quadrante di vetro, aveva solo tre manopole: una serviva per accendere e regolare il tono, l’altra per sintonizzare le stazioni, la terza per le frequenze. Sotto l’altoparlante c’era una mascherina con raffigurato un cane seduto che ascoltava un grammofono e sopra di essa la scritta: “La voce del padrone”.

Dopo aver spiegato alla mamma le varie funzioni, il signor Bolletti l’ accese. Subito si illuminò di verde l’occhietto magico, dopo alcuni secondi iniziò la musica e una voce maschile intonò: Perché non sognar? Perché non sperar? Ch’io possa rivederti un attimo… mormorarti ancor che l’anima, si illumina di te…Di te primo amor, di te grande amor, risento i dolci baci trepidi…. La mamma tutta contenta e incredula si rivolse a me esclamando: Senti Annamari? Neanche l’avessero fatto apposta, è proprio la canzone che mi garba tanto!

(Oggi sono andata a cercare il cantante su internet e ho scoperto che si trattava di Claudio Villa).

Non ricordo esattamente l’anno in cui comperarono la radio, forse era il 1950, 51 ero piccola, eppure rammento tutto così bene. Sicuramente ero una bambina curiosa, ma il merito della mia memoria fu soprattutto dei miei genitori i quali ci rendevano partecipi delle loro cose.

Ad esempio quando andavano al cinema, il giorno dopo ci raccontavano la trama del film che avevano visto, descrivendoci con enfasi i personaggi, gli attori, i costumi e noi bambini lì ad ascoltarli a bocca aperta!

Comunque la forza trainante era la mamma, era estroversa, aperta, affettuosa, parlava molto, come una radio sempre accesa. Quando papà non ne poteva più, in tono scherzoso, le diceva: Adriana!  Spengi la voce del padrone!

Risentii per caso la canzone qualche anno fa, riproposta da Nilla Pizzi in una trasmissione televisiva, mi commossi tanto… anche perché la mamma era morta da poco.

Ogni tanto mi sorprendo a canticchiarla e allora, in un flash rivedo: la radio nuova di zecca sulla mensola, il signor Bolletti e la mia mamma che ride tutta contenta!

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

Il trasporto   13 comments

Può sembrare che voglia parlare di sentimento amoroso, non so… provare un impulso irresistibile per una persona, sentirsi “trasportata” verso di essa da una passione travolgente. Oppure, il “trasporto” inteso come un mezzo per intraprendere un viaggio…

No, non è di questo che desidero ragionare bensì del “trasporto funebre”!

Non è poi un argomento così lugubre, anzi, lo ricordo come una cosa folcloristica. Quand’ero bambina, tutti i funerali passavano in via di Mezzo per andare al cimitero. Era come se avessero dovuto fare la “passerella”, con la gente ai bordi della strada a guardare. Non essendo coinvolta emotivamente, li osservavo con curiosità e scorgevo anche i lati buffi.

Il “trasporto” era composto così: in testa c’erano gli uomini della Compagnia al quale il defunto apparteneva, due di loro  portavano il lanternone. Ogni chiesa aveva la sua confraternita e si distingueva per i colori delle “mazzette” (sono dei coprispalle, tipo mantellina con il cappuccio). A me piaceva molto quella appartenente alla chieda del Suffragio. I maschi vestivano la mazzetta nera ed era più suggestiva e consona per un corteo funebre.

Dietro c’era il parroco con il turibolo contenente l’incenso e due chierichetti.

(Uno era così bellino, mi garbava tanto, si chiamava Michelangelo, purtroppo si fece prete!)

Seguiva la bara portata a spalla, i parenti tutti compunti nel loro dolore, gli amici e i conoscenti. In coda c’erano le orfanelle del convento di San Francesco, vestite con una mantella marrone abbottonata con due alamari d’ottone e la papalina in capo. Ognuna di loro aveva una candela accesa in mano.

Che tristezza farle partecipare ai funerali, già erano senza genitori… Ma alcune monache non avevano gran cuore! Lo dico perché ho avuto modo di conoscerne. Però devo ammettere che avevano tanti pregi, come insegnare l’educazione, le buone maniere, il rispetto, la disciplina, la musica, il canto, il ricamo. Suor Orsolina ci insegnava persino a soffiarci il naso con un certo contegno!

Ma torniamo al corteo. Se il trapassato era stata una persona importante, oppure agiata, era accompagnato dalla banda e con il suono della marcia funebre il “trasporto” era davvero bello e struggente. Infatti si usava (e si usa) dire: “Che bel funerale è stato! Quanta gente e quanti fiori c’erano!” Anche questo era un argomento per parlare e commentare.

Allora Camaiore era come una grande famiglia, tutti sapevano tutto di tutti; certo, c’erano i pettegolezzi, le maldicenze, ma, come dice una bella canzone di Giorgio Gaber, c’era “partecipazione”, che vuol dire condivisione, esserci, insomma, c’era il cosiddetto calore umano, che nelle situazioni dolorose era consolatorio.

Una volta toccò a me fare la “passerella”. Fu per il funerale della mia nonna paterna . Io e mia sorella Maria Rita ci disposero dietro la bara, con un mazzo di fiori in mano. A me sembrò così imbarazzante  passare in mezzo a tutta quella gente e dover assumere un’espressione addolorata, anche perché non lo ero. Ero piccola e la nonna l’avevo conosciuta poco, dato che era stata malata. A peggiorare le cose ci si misero le mie tre amichette, Paola, Melania e Mariella, le quali mi accompagnarono per tutto il tragitto, fino al cimitero, guardandomi ridendo,si vede che anche a loro sembrai comica, mi fu difficile restar seria. Ricordo la mamma mi rimproverò tanto!

Il primo dolore che sentii  fu per un ragazzo della mia età, Romeo. Morì tragicamente in un incidente stradale. Lo esposero nella chiesa del Suffragio, andai a vederlo, mi fece  impressione, ci rimasi tanto male che da quel giorno i funerali non mi interessarono più!

Ho voluto descrivere i miei “trasporti”, così, come li osservavo con gli occhi ingenui di una bambina. Per me era come vedere sfilare una processione, niente di più, per questo li trovavo belli e interessanti.

Certo, con il dolore, quello vero, non si può scherzare. Però il lato comico c’è in quasi tutte le situazioni, anche nelle più tragiche. Alle volte diventa una necessità  minimizzare, sdrammatizzare, prendersi in giro con un po’ di ironia, per poter sopravvivere con meno angosce a questa bella, tremenda, misteriosa, tragicomica vita!

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

Il computer   2 comments

4 Novembre,  2011

 

Evviva! Sto imparando qualcosa al computer. Finalmente ho deciso di comperarlo, e pian piano sto prendendo confidenza con esso. Tempo addietro non sognavo neppure lontanamente di poter imparare delle cose con questo bellissimo strumento.

Non mi sembrava adatto per le mie capacità , dicevo: è roba per giovani, loro sono nati praticamente con il computer in mano, hanno la mente a aperta, noi “anziani” invece siamo rimasti indietro. La tecnologia ha fatto dei passi da gigante, è stato tutto così repentino, che non siamo riusciti a d andare di pari passo con essa, è già tanto se sono riuscita ad imparare a mandare i messaggini con il telefonino, commentavo tra me e me…..Invece mai dire mai! Nothing is impossible

Sto frequentando un corso di computer  insieme a Gabriella e Marcella. L’ insegnante è un ragazzo nigeriano, Ettore, (fa parte dell’CESS Stranieri/ Multietnica Zona di Senigallia) simpatico e paziente, visto che noi “ragazze” siamo delle alunne indisciplinate.C’è la sig.ra Linda che è una persona molto gioviale.Ci sono altri ragazzi di varie nazionalità.Mi piace questa multietnia! Auguro a tutti  questi giovani di imparare presto sia al computer che la nostra lingua ed inserirsi bene nel nostro paese!

NEVER SAY NEVER!

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

La Farfalla   2 comments

Senigallia, 6 Ottobre, 2011

Oggi pomeriggio stavo prendendo il sole in giardino e pensavo: che bella giornata!

Bisogna che ne approfitti, chissà … forse potrebbe essere l’ ultimo giorno di caldo, visto che siamo già in ottobre.

Mentre stavo crogiolandomi tutta beata in quei pensieri, sono stata attirata dalla presenza di una bellissima farfalla . Dopo aver volato per  due o tre volte intorno alla mia persona , si è posata per terra  a pochi metri da me .

Ed è rimasta lì per alcuni minuti , come se avesse voluto fare una bella mostra di sé. Ogni tanto apriva e chiudeva le ali, ed io ho avuto così modo di osservarla bene.

Era di tre colori: arancione, nero e marrone, sulle ali aveva disegnati  due cerchi  come fossero stati due occhi…Stupenda!!!

Mentre stavo ammirandola mi è venuto in mente che era  il 6 ottobre , San Bruno, ossia l’onomastico di mio marito, ho subito associato la farfalla a lui, era un segno?  Non lo so.

Però, successivamente mi sono ricordata di un altro episodio significativo, cioè; quando l’ otto agosto scorso (il compleanno di Bruno ) mio figlio Gianluca presentò il suo libro “Cassonetti “ alla rotonda a mare qui a Senigallia.

Mentre stava leggendo un paragrafo dedicato al suo papà, improvvisamente dall’ alto  spuntò un grosso farfallone e si andò a posare sul palco restando immobile fino alla fine della presentazione del libro.

Queste due cose hanno un significato? Sono delle casualità? C’è chi dice che bisogna prestare attenzione a tutto quello che ci capita anche alle cose più banali, perché ogni accadimento ha una sua importanza, basta saperlo scorgere.

Tuttavia non c’è una risposta a tutto questo, però, questi avvenimenti ci consolano e nello stesso tempo ci affascinano, ci inducano anche a porci delle domande, e perché no? Anche a farci compagnia!

In questo preciso istante proprio mentre ho finito di leggere il racconto, un grosso zanzarone o libellula? Non so come si chiama… si è posata sulla tastiera del computer, non ho parole…

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

L’importanza dei ricordi   Leave a comment

C’è chi dice che esiste solo il presente che non bisogna guardare indietro, sono convinta che i ricordi belli o brutti non vadano cancellati. Sono il nostro bagaglio, senza di essi non avremmo memoria, ci hanno insegnato  a vivere ed anche le sofferenze sono state utili per poter vedere l’aspetto positivo delle cose.

Per me i ricordi sono: nostalgia, sensi di colpa, malinconia, amore, sentimenti che a volte fanno soffrire, ma se non ci fosse nulla di tutto ciò ci sarebbe il vuoto e niente avrebbe senso. Certo io sono nata in un epoca dove ascoltavamo di più i nostri genitori o nonni, i loro discorsi ci rimanevano impressi nella memoria, ci raccontavano le  loro esperienze di vita, il loro drammi ma soprattutto le cose belle, romanzate e amplificate.

Ora non è più così, i giovani sono distratti da altre cose, tipo i telefonini, internet, facebook  ed altro, tutto è ammesso e giustificato. La storia e il passato non sono esempi da seguire ma senza la storia non c’è futuro.

Ai miei figli e alla mia nipotina ho cercato di insegnare le cose che avevo imparato dai miei genitori, spero tanto che abbiano recepito qualcosa.

 

Sono contenta di aver avuto l’opportunità di scrivere di questo argomento aderendo ad un corso intitolato: Il romanzo di una vita. A principio ero titubante, non mi andava di scrivere o raccontare le mie cose , poi mi sono detta : ma sì! Mettiti in gioco, sii coraggiosa e così è stato!

Ho iniziato a scrivere e l’ho trovato più facile di quanto pensassi, i ricordi sono venuti a galla man mano che procedevo. Certe cose che pensavo sopite sono riaffiorate, come se una forza interiore avesse voluto darmi una mano a descriverle. È stato bello anche confrontarsi con gli altri e parlare dei propri problemi e le sofferenze che la vita ci riserva.

Sono orgogliosa di essere riuscita a tirare giù due righe, esco arricchita da questo corso, è stata un occasione di quelle che solo ogni tanto capitano nella vita. Quelle evocazioni sono la nostalgia che si ha delle cose liete che sono state e che, rappresentano le vicende più belle della nostra vita…”soffi” che accarezzano l’anima.

Finora  ho raccontato solo storie belle; rammentando quegli episodi e metterli per iscritto è stato emozionante come averli rivissuti.

Per quanto riguarda i ricordi meno belli si tende ad accantonarli, a rimuoverli per non soffrire, ma arriva sempre inopportuno il momento quando bussano senza preavviso, come a volerci ricordare che bisognerebbe fare i conti anche con loro e sarebbe ora di raccontarne la storia.

E’ una voce insistente, come un tarlo che scava nel profondo, che sia giunta l’ora di rompere ogni indugio e vuotare il sacco?

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

Cogli l’attimo   Leave a comment

 

Mi capitò quattro anni fa. Erano passati pochi mesi dalla morte di Bruno (mio marito) e mi sentivo giù di corda, demoralizzata. La mia amica Brigitte mi propose di andare a fare una gita di tre giorni a Torino, con un viaggio organizzato. Accettai mio malgrado, perché non ero proprio convinta, non avevo lo spirito giusto per decidere. Di ciò ne parlai con mio fratello Oriano, lamentandomi che mi sentivo triste e sola senza Bruno. Lui mi incoraggiò dicendomi che bisognava vivere il presente e non pensare al passato e avevo fatto bene ad accettare di andare in viaggio, quindi dovevo cogliere l’attimo, e mi citò il famoso motto oraziano che dice “Carpe Diem”, letteralmente cogli il giorno presente, ed esorta a cogliere i doni che la vita ci offre giorno per giorno.

Ricordo che pensai: proprio lui che rimugina tutto mi dice certe cose! Comunque partii. Il terzo giorno avevamo il pranzo libero. Io e la Brigitte cercammo una tavola calda dove mangiare. Dopo averne viste diverse decidemmo per un locale particolare. Entrate, ordinammo due insalate miste, due calzoni ripieni e un litro di birra. Quando il cameriere apparecchiò il tavolo, rimasi a dir poco sbalordita nel vedere scritto sul tovagliolo “Carpe Diem”: la pizzeria si chiamava così!

Ricordai immediatamente quello che mio fratello mi aveva detto. Subito mi pervase un senso di euforia e diventai allegra, contagiando anche la mia anche la mia amica Brigitte, alla quale raccontai tutto. Grazie a quell’episodio finimmo di mangiare in bellezza!

Questo fatto fu un segno? Una coincidenza? Non lo saprò mai! Io so solo che contribuì a sollevarmi il morale. E tornai a casa da Torino più serena.

Di queste cose “strane” (chiamiamole così) a me ne sono capitate parecchie. Accadono e sono inspiegabili irrazionali: forse sono io che le cerco? Io che voglio crederci? Non è facile darsi una risposta.

Però ci inducono a riflettere e a sperare che possa esserci qualcosa oltre la fine della nostra esperienza terrena. La vita rimane comunque un mistero, un gran bel mistero. Penso che la parola più appropriata per poter andare avanti alla “meno peggio” (specie alla mia età) sia “Speranza”.

 

 

 

 

 

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized