Il mio paese natale   8 comments

 Roma caput mundi et Camaior secundi! Mi piace presentare così il mio bel paese natio, il cui nome deriva dal latino Campus Major, ovvero campo maggiore. Il paese è sorto da un antico accampamento romano. Ecco perché noi camaioresi ci vantiamo delle nostre origini. Camaiore è in provincia di Lucca ed è situato nell’entroterra versiliese. Dista circa  dieci chilometri dal mare e Lido di Camaiore fa parte del suo Comune. È pianeggiante ed è circondato da monti e colline che gli fanno da corona. Alle spalle si trovano i monti: Pania e Gabberi, che fanno parte della catena delle Alpi Apuane, davanti  le colline: Pedona e S. Lucia che digradano verso il mare. Il verde è lussureggiante, sarà forse per il fatto che ci  piove molto. Infatti c’è un detto che dice: quando Pedona mette il cappello, camaioresi aprite l’ombrello!

In effetti era così, dalla casa vedevamo la collina, ricordo bene le esclamazioni della mamma : “mamma mia ‘om’è nera Pedona! Devo anda’ a piglia’ i cenci, fòri, sennò mi si bagnino tutti!”.(Devo andare a prendere i panni fuori altrimenti si bagnano).

La nostra abitazione era ubicata tra la Chiesa dell’Angelo e la canonica del Priore. Spesso la Chiesa fungeva da nascondiglio quando giocavamo a rimpiattino. Il Priore era un omone alto, grosso, con la pancia prominente, camminava con passo spedito a testa alta, come a voler dire: guardatemi tutti, passo io! Portava un grosso anello al dito con una pietra viola, noi bambini qualche volta glielo baciavamo (forse per gioco) e lui ci concedeva la mano con fare altezzoso. La sua perpetua era una donnina simpatica. Quando faceva le ostie per la chiesa i ritagli li dava a noi bambini da mangiare. Non sapevano di nulla, erano insipidi. Nella mia ignoranza, pensavo che l’ostia consacrata,  fosse più buona, dolce. Quando la sentii il giorno della mia prima comunione rimasi delusa, aveva lo stesso sapore insipido dell’ostia della perpetua. Sicuramente non avevo capito il concetto.

La domenica pomeriggio andavamo a passeggiare in via di Mezzo. Naturalmente ci mettevamo tutti “in ghingheri”. Noi bambini indossavamo i vestiti della festa. La mamma pettinava me e mia sorella mettendoci dei fiocchi tra i capelli, per ultimo ci metteva le collane. Ricordo che ci chiamava così: “Annamarì! Rita! Venite che vi metto i ‘vezzini’!” Apriva il primo cassetto del ‘canterale’ (il comò) dove c’erano le cose più preziose e tirava fuori i ‘vezzi’. Il mio era celeste per via del colore dei miei occhi, invece quello della Rita era rosso perché, avendo mia sorella gli occhi neri, la mamma era convinta che le si addicesse quel colore.

I miei genitori  mi sono rimasti impressi  vestiti così: la mamma con una giacca bianca a tre quarti, con le spalle larghe, la gonna stretta di velluto verde scuro a coste, i sandali con il tacco alto e le calze fine con la cucitura dietro. Era così elegante… Il papà lo rammento con un  vestito completo a doppio petto blu, gli stava così bene… Era un bell’uomo, alto, magro, con un bel portamento. Era ambizioso e teneva molto al suo aspetto fisico. La mamma, in tono canzonatorio, lo chiamava: “lo  spaccone”.   Un particolare: la mamma quando infilava le calze metteva i guanti per paura di romperle, diceva che erano di lusso e costose. Alle volte succedeva che si smagliassero, in quel caso le portava a riparare in merceria dalla Maria Grazia, una bella ragazza, che con una macchinetta elettrica riusciva a rammagliare i fili senza che si vedesse nulla.

Tutti tirati a lustro, andavamo a fare la “passarella” su e giù per il  Corso, dopodiché ci fermavamo ai giardinetti dove c’era puntualmente il fotografo Barsottelli. Era un omino piccolo, con una gran massa di capelli ricci, indossava un trench beige ed aveva la macchina fotografica molto grande. Ci dava disposizioni ben precise su come stare in posa e finché non era soddisfatto non ci immortalava. Periodicamente, man mano che crescevamo, la mamma ci faceva fotografare. Grazie a quell’abitudine io e i miei fratelli possiamo godere di belle foto-ricordo.

In ultimo andavamo alla Badia. È una chiesa ben conservata in stile romanico del XIII secolo. In un angolo della chiesa c’era un quadro della Madonna e sotto di esso un recipiente contenente dell’olio santo. La mamma ne prendeva un po’ con il dito e poi ungeva la gola a tutti noi, compreso il papà. Dopo questo rito, che si ripeteva ogni domenica, tornavamo a casa. Ricordo appena varcata la soglia, la mamma quasi sempre soleva dire: “Ecco, siamo rientrati nelle catacombe!” Si riferiva alla cucina la cui finestra dava sulla corte interna ed era poco illuminata.

Avrei ancora tante cose da raccontare come; la festa del Corpus Domini. Era usanza fare i tappeti per terra, nelle due vie principali dove passava la processione. I volontari (io li chiamo artisti!) lavoravano tutta la notte per realizzarli. I tappeti li facevano con la pula, una segatura, di vari colori. La lavoravano a motivi geometrici e floreali, in mezzo disegnavano a carboncino i volti di Madonne, Angeli, erano bellissimi! E che dire della processione di Gesù morto che si svolgeva ogni tre anni il venerdì santo? Dicono sia una ricorrenza molto antica. La processione iniziava alle nove di sera. Il Comune staccava la corrente elettrica e il paese rimaneva  illuminato solo dai lumini alimentati con l’olio d’oliva. Le case erano tutte tappezzate dalle luminarie: era tutto così suggestivo!

In un silenzio di tomba partiva il corteo funebre dalla Chiesa dei Dolori. In testa c’erano gli uomini della misericordia, tutti vestiti di nero, incappucciati e con la torcia accesa in mano. Poi seguiva il palco, portato in spalla, con le statue della Madonna vestita di nero e trafitta da sette spade, San Giovanni e Maria Maddalena con indosso dei mantelli dai colori sgargianti e Gesù deposto dalla croce. In coda c’erano la banda e il coro diretto dal maestro Donati.

Commovente quando, accompagnato dalla musica, il coro cantava : “Stava Maria dolente, senza respiro e voce, mentre pendeva in croce il Cristo Redentor”…

È difficile spiegare  l’atmosfera che regnava in quei momenti, sembrava tutto così irreale, come un sogno. Per non parlare poi della festa di Santa Maria (Ferragosto). Il pomeriggio in Piazza Grande c’era la tombola a cui partecipavano tutti, una vera festa!. Il papà quel giorno comprava un grosso cocomero e lo metteva in fresco col ghiaccio in un catino di rame. Il ghiaccio andava a comprarlo alla ghiacciaia “dietro i fossi”. Allora non avevamo ancora il frigorifero e per tenere la roba in fresco dovevamo fare così.

Anche la festa dei morti (Ognissanti) era bella. Si trattava di una fiera che durava tre dì. In quei giorni via di Mezzo era il centro del mondo. Gremita di gente, di bancarelle stracolme di varie mercanzie, di grida dei rivenditori, di profumi… quei profumi così forti e buoni: di zucchero filato, di mandorle tostate, di brigidini all’anice, di liquirizia. Sul Prado, oltre al mercato del bestiame c’era il Luna Park. Che divertimento guidare le macchinine autoscontro accompagnati dalla canzone in voga: “Oh please, stay with me, Diana”…

Ho vissuto a Camaiore fino all’età di tredici anni, lì ho passato una bella infanzia, lì ho provato le prime emozioni, per questo lo porto e lo porterò per sempre nel mio cuore

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Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

8 risposte a “Il mio paese natale

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  1. Che ricordi vividi che hai…. te li invidio quasi!!!! La tua mamma, la mia zia Adriana, come me la ricordo bene!!! Quando veniva a trovarci, mi scompigliava i capelli, mi abbracciava stretto e mi diceva sempre: “dirò due Ave Maria per te!… perchè bisogna pregare la Madonna, lo sai?”…. Che bei tempi… quanto tempo fa….

  2. E ti aggiungo anche, che la festa del Corpus Domini a Camaiore è sempre bella come te la ricordi e gli artisti della segatura “i tappetari” sono sempre bravi come una volta!!! Ogni tanto qualcosa di bello si conserva ancora….

    • Sono contenta che si conservino queste usanze. Sapessi che emozione la mattina del Corpus Domini quando aprivo la
      finestra e potevo ammirare dall’alto il tappeto, era bellissimo, sembrava una favola!!! Poi passava la processione e
      calpestava tutto.Ricordo il priore vestito con i paramènti da festa,con in mano la reliquia che si crogiolava nella sua boria consapevole di essere osservato, lui era il protagonista quel giorno! Non impersonava certo la figura umile di Gesù,io ero arrabbiata a guardare quell’indinviduo che sciupava quell’opera d’arte.Preciso che erano sensazioni di una bambina, sicuramente il priore sarà stato una brava persona, ma a me ispirava quei sentimenti.Un abbraccio Annnamaria

  3. Ciao Anna Maria, come promesso, sono entrato nel tuo blog, ho già letto alcune cose che mi hanno colpito, con un pò più di tempo andrò a sondare più a fondo i tuoi scritti, i tuoi ricordi e le tante cose da te passate e vissute.

  4. Inoltre, volevo dirti che conosco la città di Camaiore, perchè ci sono stato alcune volte con mio fratello che abita da 50 anni a Montelupo Fiorentino. Un caro saluto. Gilberto.

  5. .La ghiacciaia era quella del Baldaccini….

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