La mia mamma   2 comments

La mia mamma si chiamava Adriana Frigeri. Era nata a Camaiore il 26 dicembre 1919, lei però si considerava del 1920, perché diceva che per solo cinque giorni le davano un anno in più e non era giusto. Era arrabbiata col 1919, lei era del 20, punto e basta!

Adriana è un bel nome, ma a me non piaceva perché la associavo a una signora che, “poverina”, era sempre ubriaca e si chiamava appunto Adriana. Era una bella donna, alta, con i capelli biondi ondulati e gli occhi azzurro chiaro che spiccavano, probabilmente per il contrasto con il rossore delle guance dovuto all’alcol. Quando passava in via di mezzo noi bambini le andavamo dietro per ridere, per gioco, non capivamo la sua disperazione. Si fermava alle varie osterie a bere e, mentre beveva, piangeva e chiamava il suo Paolino, che l’aveva abbandonata per un’altra donna, lasciandola sola coi figli.

Era un dramma, lo so, però a me non garbava che una donna potesse ubriacarsi: mi sarei tanto vergognata se fosse stata la mia mamma! Ed era per questo che quel nome mi urtava.

Essendo mio nonno amante delle opere liriche volle chiamare alcune delle sue figlie con i nomi delle protagoniste. Tant’è vero che per la mia mamma si ispirò all’opera Adriana Lecouvreur di Cilea. C’è anche la famosa Villa Adriana a Tivoli, fatta erigere nel II secolo dopo Cristo dall’imperatore Adriano. Insomma, mamma, il tuo nome era proprio bello!

La sorella di mia nonna, Suor Maria Diomira, era madre generale dell’ordine delle suore di San Francesco. Siccome la mia mamma era una bambina intelligente e brava a scuola, i miei nonni pensarono di mandarla in collegio e darle così la possibilità di studiare gratis. Per cui la spedirono in un convento a Fiesole, sopra Firenze. L’impatto per lei fu traumatico, perse l’appetito e cominciò a dimagrire. Era già gracile di costituzione e divenne l’ombra di se stessa. Era talmente magra che faceva compassione, per questo le suore la portavano in parlatorio quando c’erano dei potenziali benefattori. Per commuovere quella gente dicevano che la ragazzina non aveva né padre, né madre, ed era lì abbandonanta da tutti. Che cattiveria!

Meno male che andò a trovarla la mia bisnonna. Quando la vide si impressionò, tanto era sciupata. Appena tornata a casa andò subito da mio nonno a raccomandarsi di andare a riprendere l’Adriana, altrimenti sarebbe morta. Infatti la mamma diceva sempre che se era viva lo doveva alla sua nonna Annunziata, che le aveva dato tanto affetto e che era stata l’unica persona che le aveva voluto bene durante la sua infanzia.

A quattordici anni andò a lavorare in una fabbrica di calze; sebbene la sfruttassero (allora non c’erano ancora i sindacati) lei me ne parlò sempre bene. Soprattutto sotto il profilo umano, instaurò tante amicizie con le sue coetanee. Poi conobbe il papà e si sposò all’età di 19 anni. Continuò a lavorare finché non nacque mio fratello Oriano. Dopodiché si dedicò completamente alla famiglia. E seppe amministrare bene il menage familiare. Riusciva a spaccare, come si suol dire, un soldo in due; era intraprendente, piena di iniziativa. Se si prefissava di realizzare qualcosa, riusciva nel suo intento, non la fermava nessuno!

Lei era la mente e il papà il braccio. Papà lavorava a Viareggio al cantiere navale, faceva i mobili per gli yacht ed era molto bravo e apprezzato nel suo mestiere, un gran lavoratore!!! Guadagnava bene, però per poter portare a casa qualcosa in più faceva tanti straordinari. Era così buono il mio papà… una pasta d’uomo!

Alla mamma Camaiore stava stretta, diceva che era come una conca dove pioveva sempre ed era per questo che aveva i reumatismi, sognava di andare ad abitare a Viareggio e riuscì a realizzare il suo sogno. Vendette la casa di papà (a lui dispiacque ma, volente o nolente, doveva per forza sottostare al volere di mia madre. Però sono convinta che a lui andava bene così: quello che faceva la “sua Adriana” era ben fatto) e con il ricavato comprò il terreno, fece fare il progetto a un geometra, trovò i muratori e iniziarono i lavori.

Il papà fece le porte e le finestre, per risparmiare, lavorando naturalmente dopo cena. La mamma restava con lui per fargli compagnia e anche da ‘sovrintendente’; quando gli faceva qualche osservazione riguardo il suo lavoro, papà, fingendo di essere arrabbiato, diceva: “Come ti garba dare gli ordini, eh?… L’hai trovato il miccio (somaro) che lavora!” Magari poi intonava una canzone storpiandola con il suo vocione. Ci faceva tanto ridere quando cantava…

Che bello al mattino, quando da piccole io e mia sorella Maria Rita stavamo nel lettone e la mamma ci raccontava la fole!  Ne sapeva tante! A me piacevano soprattutto quelle di Pochettino, Il drago dalle sette teste e Le tre penne dell’uccel pavon. In quest’ultima ci cantava anche qualche canzoncina inerente alla favola. Delle volte ci raccontava la trama del romanzo La mammina di carta. Era un libro che aveva letto da ragazzina e sicuramente le era rimasto impresso perché ne parlava volentieri.

(Sai, mamma, quel libro l’ho fatto rilegare e ogni tanto guardo la Nicoletta, la protagonista del romanzo, raffigurata all’inizio del libro e ricordo come ci descrivevi tutto così bene!)

Mamma sapeva anche tante filastrocche. Quando ci accompagnava a letto tutte le sere ci recitava questa:

“A letto, a letto me ne andai

quattro angeli ci trovai

due da piedi, due da capo

Gesù Cristo dal mio lato

e mi disse che dormissi

che paura non avessi

né di giorno, né di notte

fino al punto della morte”

A me questa filastrocca non piaceva perché c’era la parola morte che mi metteva paura.

Mi piaceva invece molto questa storiella…….

Una mattina un povero somaro andò al macello sbottò in un pianto e disse: Addio fratello!!!Non ci vedremo più, non c’è riparo.

Bisogna esser filosofi, bisogna…via, disse il porco: su non far lo scemo, che forse un giorno ci rivedremo in qualche mortadella di Bologna!!

Carina vero?

Il tempo passò, io crebbi e i nostri rapporti divennero conflittuali: era inevitabile, avevamo due caratteri simili. Tu volevi imporre la tua volontà e io ero una ribelle. Andai in Africa a sposarmi senza il tuo consenso, ma allora non mi fermava nessuno. Mi resi conto più tardi di quanti pensieri t’avevo dato. Una volta mi dicesti: “Annamaria, mi rispondi sempre male! Quando morirò avrai il rammarico di averlo fatto”

Avevi ragione, mamma: ho il rammarico di averti risposto male, però ti ho sempre voluto bene e apprezzata. Mi arrabbiavo soprattutto perché avrei voluto che tu godessi di più gli ultimi anni: ti piaceva la geografia, conoscevi tutto il mondo ma solo sull’atlante geografico. Ti sarebbe piaciuto viaggiare ma ti astenevi dal farlo sempre per la mania del risparmio, oramai era diventato una cosa quasi patologica e io mi arrabbiavo tanto…

Sai, mamma, mi accorgo che invecchiando ti assomiglio anche fisicamente e questo mi fa piacere. Specie al mattino, quando mi guardo allo specchio con i calamai agli occhi (occhiaie), è come se vedessi la tua immagine riflessa, allora ti saluto dicendoti: “Ciao ma’!”.

Spero tanto di rivederti un giorno, insieme al papà.

Annunci

Pubblicato 21 novembre 2011 da Anna Maria Berni in Uncategorized

2 risposte a “La mia mamma

Iscriviti ai commenti con RSS .

  1. La zia monaca!!!!! Sapessi quante volte l’ho sentita menzionare…. Non l’avevo mai vista, grazie Annamaria, hai delle foto stupende!!!!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: