Archivio per maggio 2013

Lo zio Umberto   14 comments

zio umbertoLo zio Umberto, era l’unico maschio sopravvissuto dei nove figli che la mia nonna Maddalena aveva avuto.( L’altro figlio, Vittorio, morì all’età di sette mesi.)  Umbertino o “signor conte” così lo chiamava in tono ironico ed affettuoso la mia mamma. Era così orgogliosa di quel suo fratello “ragioniere,” lo considerava molto ed era motivo di vanto per lei e le sue sorelle.

Fisicamente era carino, non tanto alto, però era un  tipo molto “ganzo”, aveva personalità e simpatia da vendere. Moro, con tanti capelli neri che pettinava all’indietro, anche gli occhi erano neri come il carbone, aveva un sorriso aperto, canzonatorio. Era di carattere allegro, burlone, gli piaceva scherzare e spesso le “sparava grosse” pur di far ridere e rendere partecipi gli altri delle sue burle.

La mamma lo ascoltava sempre a bocca aperta, alla fine ogni volta esclamava divertita: “come gli garba fare il grandone a mio fratello, eh!!”

Era inappuntabile, vestiva elegante e come si suol dire era quasi sempre in “giacca e cravatta.” Di solito portava vestiti completi a doppio petto, con sotto il gilet.

Era ricercato nel suo abbigliamento, un vero figurino!

La sua vita si svolse quasi tutta a Milano: lì trovò lavoro in banca, si formò la famiglia e vi restò per sempre. Noi però lo vedevamo spesso. Appena poteva scappava per venire a Viareggio a trovare i suoi genitori ma soprattutto a ritrovare i suoi luoghi d’origine. Anche lui come me sentì sempre molto forte la nostalgia  per la Versilia.

Mi è rimasta vivida nella mente la scena di quando lo zio Umberto ci presentò Vanda, la sua futura moglie. Chiudo gli occhi e rivedo tutti i personaggi come fossero  presenti.

Il film si svolge in camera da letto: quel giorno la mamma sta poco bene ed io sono accanto a lei. Accompagnati da mio padre sulla porta appaiono lo zio e la Vanda.

vandaLui con indosso un cappotto grigio antracite, lei con una redingote di colore beige, rifinita di pelliccia di astrakan nero. Le rifiniture di pelliccia comprendono: il collo, i polsini( o manopole) e il cappellino, che è un tipo di piccolo colbacco messo sulle “ventitré.” Essendo il cappottino scampanato  mette in rilievo il suo vitino da vespa. E’proprio un bel modellino, sembra un’indossatrice! Resto colpita dalla sua silhouette ed è per questo che mi è rimasto impresso quell’incontro.

La Vanda oltre a essere un bel tipino, era anche una persona gentile ed educata. Mi garbava tanto il suo accento milanese, lo trovavo molto fine. Aveva anche una bella vocina intonata.Mi ricordo quando canticchiava in bagno a casa dei nonni, una canzoncina che faceva così: “Era il nostro primo viaggio, era il nostro primo amore,con che dolce batticuore lasciavamo la città, quante cose ci dicemmo su quel treno, quanti baci ci scambiammo in riva al mare, al tramonto quante lacrime sincere, si doveva ritornar….”

(Sai Vanda ,sono andata a cercare su you tube la canzone e ho scoperto che faceva parte del quinto festival di Sanremo del 1955 ed era cantata da due interpreti: Marisa Fiordaliso ed Enzo Amadori. Ho sentito tutta la canzone in un disco 78 originale, mai suonato prima. Pensa: il disco è stato pubblicato  sul sito in data 07 Febbraio 2013, è stupefacente non credi?)

vespaTornando ad Umberto,  io lo consideravo quasi come un fratello maggiore. Altruista, mattacchione e temerario. Sottolineo  temerario, perché ci voleva il suo coraggio a fare in vespa il percorso Milano – Viareggio, circa 400 chilometri di strada.

Una volta provai anch’io quell’avventura, l’accompagnai in uno dei suoi tanti viaggi di ritorno, facendo questo itinerario: partimmo da Viareggio, percorrendo la strada statale Aurelia, passammo per Lerici, Porto Venere, La Spezia e ancora proseguendo lungo la costa, raggiungemmo Chiavari ed altre belle località che adesso non ricordo ed infine arrivammo a Portofino.

Che spettacolo! Ricordo che Umberto me lo fece ammirare dall’alto di una collina. Il panorama era stupendo! Il mare era di un colore mai visto prima: cangiava tra il turchese, il verde, l’azzurro e l’acqua era così trasparente che si poteva vedere il fondo. Tutto intorno il verde della vegetazione arrivava a sfiorare l’acqua che, riflettendosi con la luce del sole faceva apparire il mare punteggiato da luci dorate. Un insenatura splendida, incantevole, da favola!

portofino c Negli anni sessanta Portofino come St Tropez, erano i due centri balneari più alla moda e i vip andavano lì con i loro panfili a divertirsi e a farsi fotografare.

Non per niente Johnny Dorelli all’epoca cantava: “I found my love in Portofino, perché nei sogni  credo ancor….”

Ci fermammo a mangiare un panino seduti al tavolo di un bar nel porticciolo sottostante, ammirando i numerosi yacht ormeggiati in quel piccolo angolo di paradiso.

Proseguimmo poi alla volta di Milano, salendo per il passo della Cisa. La strada era  piena di curve, mamma mia quante ce n’ erano, non finivano mai! Fu lì che incominciai a sentire la stanchezza di quel lungo viaggio. Finalmente arrivammo a destinazione. Io ero”stracca morta,” mi sentivo tutta indolenzita. Umberto invece  non era stanco per niente, per lui era “ordinaria amministrazione”, era abituato a quei viaggi intrepidi!

johnnny dorelliMi ricordo una volta che venne a prendermi (sempre con la vespa) quando ero alle colonie marine a Lido di Camaiore. Mi portò sulle colline di Camaiore per mostrarmi un appezzamento di terra che suo padre (il mio nonno Fortunato) vendette in tempo di guerra, per una macchina da cucire Singer e un sacco di grano. Penso intendesse dire un sacco di farina.

Parlava spesso di quel terreno con rammarico, dicendo che il nonno era stato uno scellerato a dar via quella terra per un baratto del genere. Ne parlava con rimpianto, si vedeva che era rimasto attaccato ai suoi luoghi d’origine.

fiat 600In seguito lo zio Umberto si comprò la macchina: una FIAT 600. Finalmente la mia nonna Maddalena poté tirare un sospiro di sollievo, aveva finito di stare in pensiero per quel figlio. Mi ricordo benissimo quando diceva: “Umbertino è  senza cervello a fare tutti quei chilometri in vespa, prima o poi si buscherà qualche malanno!”

Lui, per non buscarsi nessun malanno, ogni volta che partiva si metteva dei fogli di giornale sotto la giacca. Quella era la sua protezione  contro il freddo. Ricordo che anche il mio papà quando andava in moto usava lo stesso metodo. Una volta non c’erano i giubbetti protettivi come oggigiorno, quindi era una necessità escogitare qualcosa per proteggersi.

Umberto era così orgoglioso della sua 600 nuova fiammante e anche  quella volta mi convinse ad accompagnarlo a Milano. Naturalmente io ci andai molto volentieri.

Facemmo un altro itinerario: imboccammo la Firenze mare, poi  prendemmo l’autostrada del sole, (A1) che avevano inaugurata da poco. Ci fermammo all’autogrill, quello tra Bologna e Firenze. Fu il primo self Service che vidi, rimasi meravigliata. Provenendo da un piccolo centro di provincia, non avevo mai visto dei simili ristoranti, me li ricordavo solo nei film americani. Adesso può sembrare ridicolo  affermare certe cose, ma allora era proprio così! All’epoca era incominciato il boom economico e l’Italia si stava modernizzando.

giulietta tiDopo Bologna il viaggio si fece noioso, monotono, una barba…! L’autostrada era quasi deserta. Ogni tanto ci sorpassavano qualche Giulietta ti, Lancia Flavia,  oppure qualche  Fiat 1100. Vedemmo sfrecciare anche delle Maserati.

 Sebbene mio zio si vantasse che la sua Fiat 600 facesse 100- 120 chilometri all’ora,  (Due anni anno dopo, o giù di lì, Gianni Morandi canterà ”Andavo a cento all’ora  per trovar la bimba mia,ye ye ye….”) a me sembrava che andasse piano come una lumaca, forse perché la strada era dritta e il panorama circostante era tutto uguale, piatto. Mi sembrò interminabile quel viaggio e mi fece rimpiangere la vespa.

gianni morandiCerto, la gita Viareggio- Portofino- Milano fu un “impresa memorabile!” Me ne vantavo con le mie amiche le quali, non si erano mai mosse da Viareggio e tutt’al più erano andate fino a Forte dei Marmi in bicicletta. Allora non si viaggiava così facilmente come adesso ed io mi sentivo “emancipata.”

Come spesso accade nelle famiglie, ci perdemmo di vista. Io mi trasferii ad Anzio con la mia famiglia e, poco tempo dopo partii per l’avventura della mia vita, in Africa. Ma questa è un’altra storia.

L’ultima volta che rividi lo zio Umberto fu per il funerale della mia mamma. Fisicamente non era cambiato molto, aveva sempre la sua aria spavalda e non aveva perso il suo buonumore .Naturalmente era sempre elegante, indossava un lungo cappotto scamosciato blu. Aveva ancora tutti i suoi capelli neri. Mi ricordo che glielo feci notare e lui mi rispose ridendo che aveva preso dalla nonna Maddalena, la quale era morta ultraottantenne senza avere un capello bianco.

Mi raccontò le sue vicissitudini, dicendomi che aveva avuto due infarti e però continuava a fumare fregandosene altamente della sua  salute.

Lui era fatto così! Gli piaceva sfidare la vita!

Morì un anno dopo, non aveva ancora compiuto sessantanni. Chissà, forse se si fosse riguardato di più sarebbe campato un po’ più a lungo. Ma lui non era il tipo che riusciva a stare alle regole, aveva sempre preso di petto la vita, l’aveva affrontata “a muso duro”( come dice una bella canzone di Pierangelo Bertoli) ed era stato coerente fino all’ultimo con sé stesso, con il suo modo di essere. Tutto sommato, penso che abbia vissuto bene e intensamente la sua esistenza.

Che te ne pare Umberto? Sono riuscita a descriverti come si deve? Sarei davvero curiosa di sapere cosa ne pensi. Presumo che saresti soddisfatto solo per il fatto di essere su internet. Ti piaceva apparire ed essere al centro dell’attenzione, eh!!! Magari dirai: “ma guarda un po’ questa mia nipote cosa mi ha combinato!” Però sotto, sotto, penso che ti sentirai lusingato…

Ti ricordo sempre con affetto sai….Ciao Umbè!

Annamaria

Pubblicato 5 maggio 2013 da Anna Maria Berni in Uncategorized