La maratona   Leave a comment

Mamma che legge001Ieri ho partecipato alla maratona  di poesia che si è svolta qui a Senigallia al molo di levante, istituita dall’associazione culturale “Nelversogiusto”.

Era aperta a tutti, ognuno poteva cimentarsi con le proprie particolarità. Essendo io, “un’artista affermata”, non ho esitato ad iscrivermi e con la mia solita faccia tosta mi sono segnata con due racconti:  La voce del padrone e  i  I necci. E’ inutile che faccio tanto la spavalda, ammetto di aver avuto timore a leggere in pubblico.

Quando alcuni hanno iniziato ad esibirsi, sono stata presa dal  panico, sarei scappata con molto piacere! Sono restata per un senso di serietà, non potevo fare una brutta figura e comportarmi come una bambina alla mia età, oramai ero nella scaletta  e mi sono buttata. (Veramente mi sarei buttata volentieri a mare, visto che ero già sul molo!)

Quando la presidente Sig.ra Matilde Avelani mi ha presentato dicendo che scrivevo ed avevo anche un blog dove potevano visitarmi , mi sono sentita importante e ho preso coraggio. Con il cuore in gola sono salita sul palco e ho” esordito” sostenendo che avrei letto il  raccontino con il mio accento toscano, perché solo in quella maniera  non avrei rischiato  di impappinarmi e così  è stato, ho iniziato a leggere” La voce del padrone” ed è filato tutto liscio, ho persino accennato una canzone inerente al racconto senza stonare. Cosa volevo di più?

Finita la performances ho tirato un sospiro di sollievo pensando che il raccontino successivo sarebbe stato più facile, che l’avrei letto senza batticuore, invece l’emozione è stata identica, con la differenza che mentre declamavo tutta convinta ”I necci” improvvisamente è  caduto  lo schermo dove si proiettano l’immagini, lì per lì sono rimasta un po’ perplessa, poi ho continuato imperterrita…pensando che era il bello della diretta.

Ma guarda un po’… ho persino parafrasato un gergo che si usa in televisione!  Forse sto incominciando a dare i numeri . Mi sa che il successo mi sta dando alla testa. Dovrei darmi una regolata…Scherzi a parte sono stata soddisfatta della mia esibizione ho riscosso degli applausi (bontà loro) e ho ricevuto anche una stretta di mano da un signore sconosciuto il quale si è congratulato con me dandomi della brava ! Meglio di così!

Come debutto direi che è andato proprio bene! Chissà ora quale futuro mi si prospetta…sicuramente diventerò una star, non potrà andare diversamente…. E’ chiaro che mi sono divertita a prendermi in giro. Però per quanto riguarda l’esordio è tutto vero. Non mi sono inventata nulla! E’ stata una bella esperienza, ho avuto l’opportunità di esprimermi e l’ho colta al volo!  Sono stata coraggiosa e mi sono elogiata da sola.

Queste sono quelle piccole cose che contribuiscono ad aiutarci, ci gratificano, ci ricaricano, ci danno la spinta necessaria per andare avanti con un briciolo d’ottimismo in  più!   14 agosto 2013

Segue il racconto: I NECCI

NeccioI NECCI mi fanno pensare all’autunno, al tempo delle castagne, quand’ero bambina a Camaiore. Ricordo: aspettavo con ansia che arrivasse la farina di castagne, me la pregustavo…. Di solito arrivava verso i primi di novembre.

La mamma andava a comperarla dall’Eugenia, un negozio di alimentari in via di Mezzo. Per me era una gioia vedere la farina dentro quelle balle di tela, emanava un profumino…mi faceva gola solo a guardarla. Si vendeva sciolta come quasi tutti i prodotti commestibili di allora.

La mamma ne comprava un kg e arrivata a casa non faceva in tempo ad aprire il cartoccio, che io ed i miei fratelli ci buttavamo letteralmente sopra, prendevamo i grumi più grossi e ce le infilavamo in bocca con avidità, naturalmente questi esplodevano infarinandoci tutto il viso e come nei film comici ci facevamo un sacco di risate! Secondo mia madre; più la farina era piena di “palloccori” (grumi) più era di qualità. Penso intendesse dire che le cose meno raffinate erano le migliori.

Metteva la farina in una zuppiera, aggiungeva acqua e un pizzico di sale, formava una pastella un po’ consistente, poi prendeva i “testi, erano due arnesi di ugual misura, con il manico lungo che finiva a forma rotonda tipo un disco. Tagliava una patata a metà, la parte con la buccia la infilzava con la forchetta, l’altra parte la intingeva nell’olio d’oliva e con questa ungeva per bene i testi.

Per la cottura ci pensava papà, lui era l’esperto. Si metteva seduto davanti al camino , appoggiava il testo su un treppiede con sotto un fuoco vivace, ci metteva un mestolo della suddetta pastella, copriva con l’altro testo poi li girava più di una volta in maniera che si cuocessero da ambo le parti. Finita la cottura alzava un testo e…. sorpresa!!! Appariva una omelette perfetta!

Papà continuava imperterrito a farle con maestria (non una che risultasse bruciata) ne faceva tante, perché se avanzavano erano buone anche il giorno dopo. La mamma le metteva in un piatto le spalmava con la ricotta fresca, le arrotolava e…voilà!! Erano pronte da mangiare: belle calde e succulente, una delizia per il palato, che buone!!! Non ho più  sentito una cosa così prelibata

Mia madre in seguito comprò la cucina a gas, ricordo che era entusiasta, certo le si era facilitato il lavoro, però era svanita quell’atmosfera d’incanto che si veniva a creare intorno al focolare.

Tempo fa provai anch’io a fare i necci. Seguii il procedimento per filo e per segno, ma non mi riuscirono, la pastella cadde quasi tutta sul fuoco. Cosa non funzionò? Forse la causa fu della farina troppo raffinata e industrializzata nel tempo? Oppure mancò quel tocco magico chi i miei genitori sapevano dare con il loro amore?

Sono convinta che qualsiasi cosa anche la più piccola, se fatta con il cuore diventa “arte” e i necci di mamma e papà erano fatti a regola d’arte!

Senigallia, 05- 11 – 2012

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Pubblicato 26 marzo 2014 da Anna Maria Berni in Uncategorized

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