Archivio per dicembre 2014

La mia avventura in Africa   10 comments

matrimonio 02Fu veramente un’avventura la mia vicenda in Nigeria. Vediamo se riesco a focalizzare nella mente quel viaggio a dir poco rocambolesco, la retrospettiva non è facile, dopo tanti anni mi sembra tutto sfocato…

Partii dall’Aeroporto di Fiumicino con una linea inglese, la British Airways. Dalla terrazza vidi l’aereo che avrei dovuto prendere, si  trovava nel piazzale sottostante, vicino ce ne era uno nuovo fiammante della Pan American, ci rimasi male, il “mio” era piccolissimo, sembrava un giocattolo rispetto al Boeing americano. Incominciai a preoccuparmi…

Aspettavo da sola in sala d’aspetto quando improvvisamente sentii la voce dell’altoparlante che diceva: la signorina Berni è pregata di salire a bordo! Attendevano solo me per partire! Mi precipitai fuori, nella fretta persi il biglietto d’accesso, dovetti rincorrerlo perché quella sera soffiava il vento, salii di corsa la scaletta e mi trovai catapultata all’interno.

L’impatto fu forte, i passeggeri erano quasi tutti africani vestiti con i loro costumi tradizionali. Il volo proveniva da Londra e quegli stranieri si erano imbarcati sicuramente là. Londra era già una città cosmopolita, con il Commonwealth gli inglesi erano abituati ad una società multirazziale, noi ancora no. Era il 1965.

Mi accomodai sul sedile tra due ragazzi nigeriani che mi osservarono con insistenza. L’aeromobile incominciò a muoversi, prese velocità, infine decollò. Fui presa dal panico, mi resi conto in quel momento che avevo intrapreso una cosa più grande di me. Intanto quei ragazzi continuavano a guardarmi, chissà… forse si meravigliavano di vedere una ragazza viaggiare da sola.

Mi stava proprio bene! Avrei dovuto dar retta ai miei genitori e non partire, ma niente e nessuno mi avrebbe fermata, ero maggiorenne e potevo fare quello che volevo! Ecco, questa era la conseguenza della mia testardaggine!

Le hostess per colazione servirono pasticcini accompagnati dal loro “coffee”, quella bevanda marrone contribuì ad amareggiare ulteriormente il viaggio.

Mi rilassai solo un momento quando l’aereo sorvolò il deserto e potei ammirare in tutto il suo splendore il sorgere del sole. Che spettacolo guardare l’aurora dall’alto! I raggi luminosi che man mano si propagavano, indoravano le dune facendole apparire di colori scintillanti di varie sfumature. lo scenario era di una bellezza surreale da far rimanere senza respiro. Rimasi incantata a contemplare quella visione da fiaba, poi…con un sussulto mi ritrovai di nuovo stipata su quell’ apparecchio anglosassone!

(In seguito seppi che quel ” ferrovecchio” ebbe seri problemi in quota. Entrò aria dal portellone principale, fortunatamente il personale di bordo si accorse in tempo del guaio e lo risolse.)

Arrivata a Lagos, avrei dovuto cambiare aereo e prenderne uno locale per Enugu dove Bruno mi aspettava. Purtroppo non presi mai quel velivolo, giunta nella capitale nigeriana gli ufficiali aeroportuali mi tolsero il passaporto e non mi lasciarono proseguire, il motivo del disguido riguardava il visto.

Con l’aiuto di un signore di Vicenza che parlava bene l’inglese, mi spiegarono che con il visto di ventotto giorni avrei dovuto avere il biglietto di andata e ritorno, invece il mio ticket era di solo andata.

Ribadii che ero venuta nel loro paese per sposarmi con un medico missionario, il quale lavorava lì e che, una volta regolarizzato il matrimonio, avrei ottenuto automaticamente il permesso di soggiorno, ma loro non si persuasero, affermarono che mi avrebbero rispedito l’indomani in Europa con il primo volo diretto a Berna, quindi avrei fatto un viaggetto in Svizzera, bella prospettiva!

In quel periodo erano rigidi con i controlli, a causa dei primi scontri verificatisi a Kano nel nord Nigeria, tra musulmani (Hausa) e cristiani (Igbo). La situazione politica era pericolosa per questo erano molto sospettosi.

Quel signore gentilissimo per togliermi da quella situazione incresciosa andò all’Ambasciata italiana, ma la trovò chiusa per via delle feste natalizie. Si recò a parlare con dei lavoratori italiani che erano lì per costruire strade, li fece venire in aeroporto a garantire per me, ma non ci fu verso, non riuscirono a convincere le guardie a lasciarmi proseguire. Quel gentiluomo fu veramente un Angelo, perse persino l’aereo per aiutarmi. Quando lo salutai gli chiesi il suo nome ma ero talmente frastornata che non lo scrissi. Non me lo sono mai perdonata, ho sempre avuto il rammarico di non averlo potuto contattare e ringraziare.

Dopo che se ne andò, mi sentii ancor più in balia delle onde. Non sapevo cosa fare, a chi rivolgermi. Il cambiamento di clima incominciava a far sentire i suoi effetti, il caldo mi soffocava. Andavo su  e giù per la sala d’aspetto con il mio bagaglio a mano: l’acconciatura da sposa! Non l’avevo messa in valigia per paura si sciupasse. Mi sembrava tutto così assurdo, quasi una beffa! Ero lì, in un altro continente, prigioniera in quell’aeroporto con il mio sogno d’amore che mi scivolava tra le mani. Imbarcarmi in quell’avventura era stata una pazzia, ma l’amore non ha limiti, non conosce ragioni. Mi sentivo sperduta in quell’angolo remoto del mondo, era un incubo, desideravo tanto svegliarmi…

Nel frattempo Bruno non vedendomi si preoccupò, cercò di mettersi in contatto con l’aeroporto di Lagos, riuscì dopo vari tentativi a parlare con il responsabile il quale gli concesse un minimo di tempo; sarebbe dovuto venire a prendermi il giorno dopo altrimenti mi avrebbero rimandata indietro. Per raggiungermi doveva attraversare il fiume Niger, ma era Natale e quel giorno i Ferry Boat erano fuori servizio.

ponte nigerA Onitsha il ponte era stato appena terminato, dovevano inaugurarlo, per cui non era ancora aperto al traffico. Bruno non si perse d’animo, andò a parlare con la persona che l’aveva  progettato, un ingegnere olandese che, commosso dalla storia, si offrì di accompagnarlo fino al viadotto e d’accordo con le guardie lo fece passare sulla corsia pedonale. Bruno ebbe fortuna, la macchina ci passò giusta giusta. Il mio futuro marito fu il primo ad avere l’onore di inaugurare il ponte sul fiume Niger. Con la forza dell’amore il mio Principe Azzurro guidò tutta la notte a gran velocità  temendo di arrivare troppo tardi …

Dopo dodici ore di segregazione verso sera mi fecero uscire dall’aeroporto, mi accompagnarono in albergo, Areoport Hotel. Ero esausta, sperai tanto che Bruno riuscisse a venire in tempo per salvarmi. Con quei pensieri speranzosi mi distesi sul letto e mi addormentai di schianto!

Giunse al mattino, appena lo vidi mi rincuorai, mi rifugiai immediatamente tra le sue braccia e mi sentii subito protetta. Dio quanto l’amavo! Con lui sarei andata in capo al mondo! (Infatti…guarda in che impiccio ero incappata per rincorrerlo!)

Ci affrettammo a partire perché dovevamo sposarci il giorno dopo. Durante il tragitto osservai incantata il panorama: le palme altissime, la terra rossa, la popolazione vestita con i costumi multicolori, bellissimi, sgargianti, un mondo di profumi penetranti e suoni. Lì, era tutto dipinto e festoso, non so perché ma associai quelle tinte al nostro carnevale.

Senza nessun intoppo verso sera arrivammo al villaggio di Jala, Bruno mi accompagnò al college Holy Rosary, dove passai la notte. Lui invece proseguì il viaggio per Emekuku Hospital, dove risiedeva e lavorava come tirocinante. (Un mese dopo gli assegnarono l’Ospedale di Ozubulu, finalmente poté gestire un complesso da solo. Fu il suo primo incarico importante ed ebbe l’opportunità di imparare, intervenire, sia in chirurgia che in ostetricia, riuscì a costruirsi una buona casistica operatoria, per questo, una volta tornato in Italia si iscrisse alle specialità di ostetricia ginecologia e chirurgia, conseguì i diplomi all’Università degli studi di Padova.)

Il giorno dopo come un automa mi preparai per la cerimonia. Indossai il mio bel vestitino di chiffon regalatomi dalla Sig.ra Elena, la titolare della Boutique dove avevo lavorato, misi tra i capelli l’acconciatura formata da tante roselline di raso, infilai i guanti anch’essi di raso elasticizzati, presi il bouquet che le suore irlandesi gentilmente mi avevano preparato e mi avviai.

matrimonio 05Fuori mi aspettava la macchina di Bruno, una 1300 Fiat color amaranto guidata dallo chauffeur dell’ospedale, Cristoforo. Era tutto vestito di bianco che ancor più metteva in risalto la sua bella pelle scura. Mi osservava con espressione bonaria senza proferire parola, chissà quali pensieri gli frullavano in testa vedendo una giovane donna bianca vestita da sposa. Era inusuale a quelle latitudini imbattersi in visioni del genere, solo un incosciente e pazza d’amore come me poteva trovarsi in quella situazione così particolare e fantasiosa!

L’auto era stata tirata a lucido e bardata con bandierine italiane. Mi accomodai sul sedile posteriore e partimmo per la Chiesa di S. Teresa a Uli dove mi aspettava Bruno.

Mi condusse all’altare il Dott. Angelo Caroli, un medico italiano che lavorava nell’ospedale del villaggio vicino di Omamma. Sua moglie Catherine Iheme, era un insegnante nigeriana: intelligente, simpatica, saggia, molto combattiva, una vera donna Igbo! Simpatizzai subito con lei, diventammo amiche, la nostra amicizia si consolidò sempre di più nel tempo.

Ci sposò Padre Agnoli, un sacerdote irlandese di origine italiana.

Quel giorno ebbi la sensazione di non essere io la protagonista di quel film. Le intense emozioni vissute in breve tempo mi proiettarono fuori dalla realtà. Fu per questo che il mio matrimonio mi parve un sogno straordinario e originale!

Un anno e mezzo dopo quel ponte sul fiume Niger giocò di nuovo un ruolo importante per la nostra sorte; con l’intensificarsi della guerra diventò zona di confine e fu presidiato dai militari. Per raggiungere Lagos dovevamo per forza attraversarlo. Ci accompagnò Padre Agnoli, garantì per noi e grazie a lui potemmo arrivare all’aeroporto sani e salvi ed imbarcarci sul volo dell’Alitalia per Roma. Eravamo in tre: la nostra figlioletta Paola aveva due mesi.

Da lì a poco quel ponte fu bombardato e distrutto.

Anna Maria Berni

Pubblicato 28 dicembre 2014 da Anna Maria Berni in Uncategorized

La Befana   Leave a comment

befanaLa Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte, se ne compra un altro paio con  la penna e il calamaio. Mi chiedevo cosa c’entrassero la penna e il calamaio con le scarpe rotte, non aveva senso. Forse questa filastrocca fu composta così per far baciare le rime, chissà…

Che bei ricordi mi legano a quella simpatica figura! Immaginavo che volava sopra i tetti, a cavallo della sua scopa fatata e si fermava nei pressi dei comignoli per gettarvi degli agrumi,perché dalla nostra canna fumaria la sera dell’Epifania piovevano quei frutti.

Ero assolutamente convinta si trattasse di lei. Invece il mago era il mio papà che, con la complicità di mia madre si divertiva a fare quella sorta di gioco di prestigio con abilità. La mamma faceva in modo che noi bambini guardassimo dall’altra parte, poi improvvisamente esclamava: guardate cosa butta giù dal camino la Befana!!! Come un prodigio apparivano arance e mandarini! Che meraviglia, rimanevamo a bocca aperta a contemplare quella magia!

La serata era avvolta da un alone di luce, di mistero, d’incanto. Stavamo intorno al caminetto tutti contenti, ammaliati dalla bellezza del fuoco scoppiettante, in attesa di qualcosa di straordinario.  Osservavo le fiamme iridescenti, lambire sinuose in  giuochi, figure, a seconda della mia fantasia. Ammiravo rapita le faville elevarsi veloci e all’istante, sparire su per la cappa vorticando in una miriade di stelline infuocate.

Quando più grandicella scoprii che non era la Befana l’artefice di quell’incantesimo, ci rimasi male, si infranse un sogno, fu la prima delusione e il primo passo verso la realtà della vita. Da quel giorno incominciai a prendere coscienza della materialità dell’esistenza. Però continuai a fantasticare, a voler credere che esistesse al mondo qualcosa di prodigioso.

Il mio seguitare a sognare ad occhi aperti, mi ha aiutata negli anni a superare le avversità che la vita inevitabilmente ci riserva. Per questo, spesso mi concedo il lusso di divertirmi galoppando con l’immaginazione, in quei momenti beati ritorno ad essere un po’ bambina e ritrovo la “mia” dolce Befana.

Anna Maria Berni

Pubblicato 28 dicembre 2014 da Anna Maria Berni in Uncategorized